Bugie a scuola

altan2009_07_b[1]A scuola le bugie non le dicono mica solo i bambini. Quelle dei grandi mi fanno sempre più effetto. Figurarsi poi se intorno a una bugia una maestra ci costruisce tutto un lavoro e mentre esco da scuola mi capita di leggere la sua fandonia scritta coi pennarelli a caratteri cubitali su un cartellone appeso in bella mostra. Siamo tutti uguali. C’è scritto così.

Coi ragazzi delle classi arrivate in pullman al castello Pasquini di Castiglioncello, in una splendida mattina toscana a pochi passi dal mare, parto proprio da quel cartellone. Il libro che avete letto, dico, quello per cui mi avete invitato, cerca di raccontare esattamente il contrario. Tutti i libri che ho scritto, gira gira, hanno lo stesso argomento. Sono uno scrittore noioso. Sarà una fissazione. Però la questione della diversità mi sembra importante. E una bugia non è meno grave se la scrivi coi pennarelli.

Quasi tutte le bugie che gli adulti raccontano dentro le scuole hanno una stessa matrice. Il desiderio di semplificare. Di sbrogliare le situazioni con un colpo a effetto. Come se certe parole facessero paura e la realtà non potesse essere descritta semplicemente per quella che è. Siamo tutti diversi. Il bello sta proprio in questo.

Punto il dito verso un ragazzo seduto nella sala e gli chiedo di aiutarmi. Lo invito a raggiungermi e davanti alla platea gli chiedo quali siano secondo lui le differenze tra un’arancia e una pera. La forma dice lui. E poi il sapore e il colore. Perfetto. E sai perché mi hai saputo rispondere? Perché ogni volta che evidenziamo una differenza, ogni volta che facciamo un confronto, implicitamente diamo per scontato un denominatore comune. Senza quel denominatore comune non avrebbe senso stare a discutere sulle differenze. Allora possiamo descrivere le diversità tra un’arancia e una pera perché sono entrambi dei frutti. Se invece ti avessi chiesto le differenze tra un’arancia e una lavatrice mi avresti preso per pazzo.

Non è la diversità a doverci fare paura. La diversità implica il concetto di fratellanza. È ricchezza, garanzia di evoluzione, stimolo, necessità di consapevolezza. Se qualcosa ci deve spaventare è invece l’indifferenza. È la mania di dividere il mondo tra giusti e sbagliati, tra buoni e cattivi. Ecco cosa c’è che non va. Posso dire che con l’arancia si fa la spremuta e con la pera no, posso dire che preferisco l’una o l’altra, ma non che una è meglio dell’altra o che solo la frutta arancione è degna di questo nome.

Così non puoi dire a un bambino che siamo tutti uguali. È un bambino, hai delle responsabilità, non puoi raccontargli bugie.

p.s.
La copertina è di Altan

Informazioni su RP McMurphy

Chito e RP McMurphy vivono a Roma, ma qualcuno giura di averli visti più volte dalle parti di Maracaibo. Hanno un amore dichiarato verso tutti i sud del mondo e un’istintiva simpatia per chi vive ai margini.
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15 risposte a Bugie a scuola

  1. nonnalaura ha detto:

    chapeau Flavio, sarai uno scrittore monotono ma acuto. Siamo tutti uguali generico non ha senso, bisogna specificare (di fronte alla legge, di fronte alla morte – a livella… – ) , parlare con un bambino è la cosa più semplice e più complicata che esista. La mancanza di preconcetti, sovrastrutture, cultura che loro hanno ci mette di fronte alla responsabilità di azionare il pensiero prima della parola, e a non procedere per luoghi comuni. Il confronto con le diversità è essenziale per allargare le proprie vedute o i propri narcisi, e, passamela, per distanziarsi dagli idioti! Oggi ad un mio nipote peruviano cresciuto in Italia, è stata fatta questa domanda da un “insegnante di accademia”:: ma tu, che sei COLORE, riesci a capire quello che dico? Le conseguenze sul ragazzo negro: devastanti.
    No, non siamo tutti uguali, per confrontare, come tu dici, bisogna appartenere alla stessa specie.
    La mia, ad esempio, è diversa da quella di Berlusconi e di Bossi, non siamo uguali, e vivaddio!

    • RP McMurphy ha detto:

      Cara nonnalaura, la maestra di tuo nipote andrebbe messa in condizione di non nuocere. Tipo congelata in un monolite e abbandonata nel deserto islandese. Ma sapessi quanti docenti (in ogni ordine di scuola) fanno questo lavoro senza alcuna capacità. Andrebbe rivisto il sistema di formazione e reclutamento, così come andrebbe pensato un qualche sistema che sappia valutare il nostro lavoro in ogni sua sfaccettatura. Un chirurgo che uccide i suoi pazienti continuerebbe a operare?

    • andreana ha detto:

      Un po’ come quella maestra che sgridando il bambino musulmano che aveva in classe disse:” …e impara a comportarti come un cristiano”
      RATATATATAAAAAAAAAAAAA

  2. lezapp ha detto:

    fufù
    Cultura negata, libertà negate, archeologia negata, storia negata, religione negate… ; è il “sistema” che è volutamente bugiardo. Non c’è niente di più vero nell’espressione popolare; ‘è un mondo all’incontrario’.

    • RP McMurphy ha detto:

      uomo mascherato, in un mondo al contrario non ci resta che andare contromano…

      • lezapp ha detto:

        …beh dipende, spirito corazzato; al giorno d’oggi, bene che vada ti fanno fare pochi metri, contromano… sia fisicamente che come pensiero. Non credo che andare contromano sia la soluzione; capire dove si è capitati e trovare un proprio percorso già mi suona meglio. Peccato però che spesso una vita non basta neanche a capire dove siamo capitati…
        Pienamente d’accordo sul rivedere profondamente il sistema di formazione e reclutamento di chi insegna; in altre terre, se non hai una laurea in pedagogia non entri come insegnante Eppure, siamo nel terzo millennio, ma qui in Italia…
        p.s. 🙄 anche con le pere si possono fare le spremute; dipende dalle pere 😛

  3. fricchy ha detto:

    Condivido con voi il pensiero che ho riletto stasera, della mia grande maestra Stefania Guerra Lisi, ideatrice del metodo della Globalità dei linguaggi: Integrati si nasce, emarginati si diventa. si nasce integrati perché tutti siamo parte integrante della Natura, del suo ordine, del senso; ciascuno con i suoi potenziali umani sostanzialmente comuni ma diversamente modulati. Diventa emarginato, l’essere umano che, all’uscire dal grembo materno o in altri momenti critici, cruciali, trova un grembo sociale non accogliente, che non ha cura, non ha ri-guardo, non ri-guarda i potenziali umani dell’altro (e di riflesso anche i propri). Per noi la parola chiave è valorizzare, valorizzare i potenziali umani di cui la natura ha dotato, ciascuno in modo diverso, ogni essere vivente; invece secondo il modello di sviluppo dominante, “integrare” significa omologare, ricondurre a schemi comuni, valutare in funzione di questi, discriminando tra il conforme e il difforme cioè, in definitiva, emarginare. Sentir vibrare la propria identità rinforzata e rassicurata: questa è l’integrazione, che nella globalità dei linguaggi è il naturale fulcro e obiettivo di ogni intervento pedagogico. Ma a sua volta il corpo sociale ha bisogno, per realizzarsi, di tutte le sue componenti. integrazione è anche fare integro il corpo sociale. nella misura in cui gli manca qualche suo membro, qualche suo potenziale, qualunque ne sia la qualità e da qualunque parte esso provenga, è il corpo sociale, ad essere dis-integrato ed avere quindi bisogno di integrazione.

    • RP McMurphy ha detto:

      caspita fricchy, “sentir vibrare la propria identità rinforzata e rassicurata: questa è l’integrazione […] secondo il modello di sviluppo dominante integrare significa omologare… “. Roba forte. Condivido e sottoscrivo.

  4. Mr.Loto ha detto:

    …beh, siamo tutti diversi nella forma e nel pensiero, ma siamo tutti uguali sotto altri profili, ad esempio quelli emozionali; pensavo proprio a questo qualche giorno fa. Sono passati millenni ma l’essere umano prova sempre le stesse cose, da sempre; dal bisogno inconscio di sentirsi amato al soffrire per il tradimento di un amico, dal desiderio materialistico di possesso al bisogno spirituale di comprendere il senso della propria vita.
    Saluti.

    • RP McMurphy ha detto:

      benvenuto nel blog Mr. Loto. Esatto. Lo studio dei classici greci e latini (che sta scomparendo dai programmi della nostra scuola) ce lo insegna. Le emozioni umane sono sempre le stesse. Oggi come duemila anni fa. Allo stesso modo la frutta, nella sua molteplice varietà, se non la cogli, finisce comunque tutta per cadere per terra. Da sempre.

      • andreana ha detto:

        Condivido. Purtroppo però essere depositari di questa antica cultura spesso ci ha portato a considerare l’Altro,il differente da noi, come qualcuno da far evolvere, da civilizzare,da convertire. Ancora oggi nelle nostre scuole la parola “differenza” è messa in secondo piano, le si dà un valore più basso della parola “uguaglianza”. Alcuni di noi conoscono benissimo il pericolo della omologazione , della standardizzazione. In nome dell’uguaglianza si vogliono misurare le differenze su una scala dove il nostro pensiero occupa il gradino più alto. Gli Altri stanno in basso. Meno comprendiamo , più è difficile portare rispetto.

  5. lezapp ha detto:

    fufù
    …oggi, su islabonita, sembra estate 🙂
    “il modello di sviluppo dominante, “integrare” significa omologare” : iabadabadoooooo !!
    Bull’s eye, Fricchy ; no empathy for “mammals”.
    A proposito; some humans are awesome… Ricondivido chi condivide questa roba, forte 😛

  6. fricchy ha detto:

    GLI APPUNTI DELLE PICCOLE SPIE
    Mio figlio Anton ha ricevuto un regalo dalle maestre, è un quadernino. “Bene per scrivere i vostri pensieri..”, dico entusiasta. “No mamma, dobbiamo scrivere le parolacce che sentiamo dire dagli altri compagni, però possiamo scriverle solo se cé un testimone presente mentre vengono dette.Poi alla fine della scuola dobbiamo darlo alle maestre”. Io e un’altra mamma chiediamo spiegazioni alle insegnanti, e ci sentiamo dire che questo è l’ultimo tentativo per risolvere il problema del turpiloquio che affligge la nostra classe, prima di passare a seri provvedimenti disciplinari su alcuni bambini. Chiediamo allora in che modo dovrebbe funzionare questo metodo, e ci sentiamo rispondere che in questo modo, i genitori dei bambini che negano che i loro figli dicano parolacce, (visto che a casa non ne dicono), saranno costretti a crederci avendone una prova scritta. AIUTOOOOOOOOOOOO

    • RP McMurphy ha detto:

      E quale sarebbe il principio pedagogico che determina questa assurdità? La delazione e la caccia all’untore? Che tristezza fricchy. Una maestra che si comporta così ha chiaramente abdicato al proprio compito educativo. Sperare che i bambini (messi gli uni contro gli altri) possano risolvere il problema in questo modo è inconcepibile. In una scala di valori questa pretesa è perfino più grave della parolaccia detta da un bambino. Perché, come genitori, non scrivete una lettera a qualche giornale e congiuntamente alla preside?

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