Immaginiamo

Immaginiamo che un bambino cresca con due genitori che si sforzino il più possibile di mostrarsi sempre uniformi nelle scelte, nei modi, nei gusti e nei comportamenti. Che non abbiano mai approcci diversi davanti alle complicazioni e siano assolutamente conformi nell’indicare un’unica soluzione possibile e praticabile. Poi immaginiamo che quel bambino cresca in un palazzo con tante altre abitazioni e naturalmente tanti altri bambini più o meno della sua età.

Immaginiamo che ognuno di quei bambini abbia genitori del tutto simili a quelli del primo bambino, viva in appartamenti assolutamente somiglianti, veda gli stessi film, ascolti gli stessi discorsi e mangi le cose che mangiano anche tutti gli altri.

Ecco. Se immaginiamo tutto questo allora abbiamo un’idea chiara di cosa sta diventando oggi la scuola primaria. Non solo in Italia. Anzi, bisogna riconoscere che in Italia la scuola primaria abbia avviato questo processo di standardizzazione e uniformazione più tardi di molti altri Stati. Un po’ perché il lavoro di copia e incolla che fa il Ministero necessita di tempi tecnici, come tutte le operazioni di imitazione, e un po’ perché la scuola italiana fino agli anni novanta era davvero un esempio unico di policromia e creatività, così che poi il grigio ha avuto bisogno di tempo per stenderci sopra il suo mantello di buio.

Il problema interessa in verità la scuola in ogni ordine e grado. L’inesorabile sistema di spingere verso l’omologazione è una questione tristemente nota. Il sistema economico indica la strada, quello politico ubbidisce e apre i cantieri perché quella strada possa essere costruita a dispetto di tutte le alternative possibili. Il mondo occidentale si muove concorde. Il neoliberismo non ammette eccezioni. Il guaio è stato quando il modello economico impostato sul consumo ha puntato il dito sulla scuola. Perché sforzarsi di persuadere le masse a consumare quando possiamo fare in modo di far crescere e formare i futuri consumatori direttamente sui banchi di scuola?

1992. Con il trattato di Maastricht l’Unione Europea inizia ad avere competenze in materia di Istruzione.
1993. La Comunità Europea propone incentivi fiscali all’industria spronando le imprese a investire nell’Istruzione.
1995. Sotto l’egida della fondazione Gorbaciov, si riunisce a san Francisco il braintrust globale delle 500 persone più potenti del pianeta. L’European Round Table of Industrialists esorta a moltiplicare i partenariati tra scuole ed imprese affermando che la responsabilità della formazione deve essere assunta dall’industria perché l’Istruzione divenga nel tempo un servizio reso al mondo economico.

1997. L’European Round Table of Industrialists sollecita i governi affinché invitino l’industria al tavolo di discussione sulle materie educative e rivoluzionino i metodi d’insegnamento con la tecnologia. Si suggerisce di approfondire lo studio delle competenze di base perché tutti i giovani acquisiscano un determinato livello nelle abilità di lavoro generalizzate. Nella relazione si legge anche che Il videogioco è la più grande rivoluzione epistemologica di questo secolo. Ti dà una percezione delle situazioni e delle operazioni che puoi fare al loro interno e permette di esaltare dimensioni dell’intelligenza e dello stare al mondo finora sacrificate dalla cultura astratta. La cultura astratta? Eh già, vengono definite così tutte quelle materie e quelle metodologie che possono contribuire alla formazione del pensiero critico, alla crescita individuale e allo sviluppo di menti libere e per questo non così facilmente condizionabili.

2000. In Italia il Ministro dell’Istruzione Luigi Berlinguer vara una riforma che segue le direttive dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE). La riforma segnerà un punto di non ritorno e indicherà con chiarezza la direzione che poi sarà seguita da tutti i ministri che verranno dopo, nessuno escluso. Elemento centrale della riforma Berlinguer è l’autonomia scolastica, con un’attenzione crescente verso le fantomatiche e necessarie competenze di base. La scuola inizia a diventare un sistema di formazione sottomesso alle esigenze delle imprese e all’economia di mercato. Si stilano per le scuole sistemi di valutazione con l’elaborazione di specifici indicatori di efficacia, efficienza ed economicità, che non hanno più nulla a che vedere con l’antico ruolo di conservazione, tutela e trasmissione della conoscenza.

Se oggi l’istruzione sembra abitare il palazzo tipico di una qualsiasi edilizia totalitaria mi chiedo cosa succederà domani. L’esercizio ostinato e ostentato di un comodo egualitarismo, la ricerca ossessiva di uniformità, a nulla conducono se non a una piatta generalizzazione della pochezza, a neutralizzare le opzioni di minoranza, alla sottomissione e alla scomparsa di qualsiasi soggettivismo.

La colpa della classe docente è stata quella di non aver percepito la gravità dei segnali che pure c’erano, di non aver mai fatto una concreta opposizione e di essere scivolata lentamente verso l’ineluttabilità. Del resto bisogna ammettere che non sia mai stata una classe capace di brillare per lungimiranza, avendo finito per accettare qualsiasi bruttura la storia abbia avuto la sfacciataggine di metterle davanti.

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Chito e RP McMurphy vivono a Roma, ma qualcuno giura di averli visti più volte dalle parti di Maracaibo. Hanno un amore dichiarato verso tutti i sud del mondo e un’istintiva simpatia per chi vive ai margini.
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5 Responses to Immaginiamo

  1. Avatar di wwayne wwayne ha detto:

    E’ un bene che l’Unione Europea abbia competenze in materia di Istruzione: tutti i concorsi docenti banditi in Italia dal 2016 in poi sono stati fatti su pressione di Bruxelles, e se fosse stato per i nostri governi non ce ne sarebbe stato neanche uno. Con la conseguenza di avere tutti i professori italiani precari a vita.

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