Fenomenologia dell’open day

agim sulajA guardare le cose da una certa distanza verrebbe da dire che l’open day, l’abitudine che le scuole hanno di dedicare un giorno all’accoglienza delle famiglie in visita nell’eventualità di una prossima iscrizione, sia un fatto apprezzabile. La scuola apre le sue porte al territorio circostante. Di solito se ne sta chiusa a riccio in un angolo del quartiere e non si fila nessuno. Con l’open day invece si va in controtendenza.

Fermo restando che l’apertura di porte e finestre è sempre una cosa buona e giusta, così come nulla si può obiettare ogni qual volta ci si trovi davanti a manifestazioni di accoglienza e trasparenza, a guardarla da vicino questa consuetudine dell’open day però fa pure un po’ di tristezza.

È infatti il segnale che le scuole sono aziende in competizione, che si fanno la guerra e cercano di strapparsi clienti come se fossero compagnie telefoniche. Non è un gioco. Un calo di iscrizioni può significare la perdita di una sezione, il conseguente trasferimento di un certo numero di docenti, la testa di un dirigente che salta per l’accorpamento forzato a un altro istituto, l’epurazione di tutta una segreteria.

Così il giorno dell’open day potrebbe sembrare una festa, ma in realtà è soltanto un drammatico esperimento di sopravvivenza. La scuola ha il suo vestito migliore e il coltello tra i denti. Affida l’incarico di anfitrioni ai docenti con più comunicativa, quelli più seduttivi o più rassicuranti. Agli entusiasti. A loro spetta l’onere di strappare iscrizioni alla concorrenza. I disillusi, gli spenti, le isteriche, gli introversi, le cariatidi, i sonnolenti, gli insicuri, saranno pure la maggioranza tra i docenti della scuola italiana, ma quel giorno fa eccezione. Sono spariti. Svaniti come per miracolo. La posta in gioco è troppo alta.

Non si può correre il rischio di scoraggiare anche una sola tra le famiglie che hanno varcato il cancello dell’Istituto. Si vedrà poi contando le iscrizioni se l’opera di fascinazione ha portato i suoi frutti. Se brindare a un nuovo anno o salire sui banchi per l’arrivo di un’alluvione.

Che i genitori dei possibili nuovi alunni impieghino il loro tempo a fare il giro delle scuole si porta dietro anche un’altra dolorosa riflessione. Non credo che chi fosse genitore negli anni ottanta, o anche prima, non amasse abbastanza i propri figli da non avere a cuore il loro futuro e la loro carriera scolastica. Nessuno di quei genitori però si sarebbe sognato di verificare com’erano organizzati i laboratori, quant’era attrezzata la palestra, com’era fatto il cortile, se c’era l’aula multimediale, in quali progetti i propri figli si sarebbero dovuti impegnare, con quali metodologie avrebbero affrontato lo studio delle singole materie. Ci si poteva fidare. Adesso no.

La scuola ha perso credibilità. Non è più una garanzia. La fiducia è stata troppe volte tradita. Così mi ritrovo a guardare le ordinate schiere di genitori in visita guidata e penso. Che bello quando la scuola era la scuola. E questo bastava.

p.s.
La tavola in copertina è di Agim Sulaj

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