La violenza che non si può raccontare

Da giorni si fa un gran parlare del delinquente che a Ostia ha aggredito con una testata un giornalista della rai. Ci sono pagine intere sui quotidiani e trasmissioni in tv. Cordoglio e testimonianze di solidarietà arrivano giustamente da tutte le parti. Ieri a Roma centinaia di insegnanti hanno manifestato davanti al Miur. La polizia in assetto antisommossa ha ingiustificatamente caricato e picchiato, mandandone alcuni all’ospedale. Ma non ne parla nessuno.

Provo a cercare la notizia. A fatica, nei trafiletti in fondo alla cronaca, trovo appena qualche riga, ma la realtà dei fatti viene falsificata. Sul Corriere della Sera leggo che due agenti di polizia sono stati mandati all’ospedale (uno con quaranta giorni di prognosi), su La Repubblica che dimostranti e agenti si sono soltanto fronteggiati e si è rischiato che la situazione degenerasse. L’Ansa accenna a non ben precisati tafferugli ma poi precisa che l’azione di contenimento delle forze dell’ordine si è limitata al mero sbarramento.

La violenza è violenza e va condannata, sempre e comunque. Ma la violenza di un uomo in divisa contro un insegnante mi sembra una brutalità molto più grave di altre. Anche se poi forse la cosa più preoccupante di tutte è il silenzio dei nostri sistemi di informazione.

Ma guardateli questi pericolosi rivoltosi da contenere e arginare. Sono anziani e donne muniti di bandiere. Che siano proprio le bandiere, così come  gli ideali, a essere considerati pericolosi?

Informazioni su RP McMurphy

Chito e RP McMurphy vivono a Roma, ma qualcuno giura di averli visti più volte dalle parti di Maracaibo. Hanno un amore dichiarato verso tutti i sud del mondo e un’istintiva simpatia per chi vive ai margini.
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