Criptare l’inconsistente, ovvero la scuola che fa abuso di acronimi

scarabeoL’ultima sigla a comparire nel tristo quaderno delle circolari scolastiche è PSND (Piano Nazionale Scuola Digitale). I docenti che aderiscono al PSDN sono pregati di presentare comunicazione in segreteria. C’è scritto così. Di sigle e acronimi ormai ce n’è un esagerato assortimento. PTOF, RAV, BES, LIM, PEI, PAI, PDP, MOF, FIS, SIDI, CSPI… La scuola cerca di criptare l’inconsistente. Il sistema della Pubblica Istruzione implode, ma nessuno deve capirci qualcosa.

L’eccesso di queste oscure formule aliene ha una spiegazione semplice. Diciamo pure che risponde a una precisa necessità strategica.

La sigla misteriosa ti fa sentire inadeguato, impreparato e colto nel fallo di tutta la tua ignoranza. Quanto più è ermetica, tanto più serve a instillare il dubbio che forse è colpa tua, perché se fossi stato più attento, se ti fossi adeguatamente aggiornato, allora sapresti di cosa si tratta. L’effetto voluto è simile al complesso di inferiorità che cerca di farti provare quell’interlocutore che fa uso di citazioni in latino o sfoggia inutili anglicismi.

La verità è invece un’altra. Chi esprime contenuti interessanti non ha alcun bisogno di colpi di teatro. E può spiegarti una cosa utilizzando un linguaggio facilmente comprensibile, senza paura di sembrare per questo vacuo o banale. Perché comunicare significa mettere in comunione. Cioè essere consapevoli della responsabilità che si ha nel dover risultare quanto più possibilmente semplici e chiari. Se metti in comunione l’astruso e gli arzigogoli sei soltanto un cretino. Oppure peggio, sei perfettamente consapevole che non hai niente da dire e ti serve un vestito per mascherare la tua nullità.

Così dietro la sovrabbondanza di sigle nel mondo della scuola in realtà non c’è che il vuoto. La colpevole povertà dei contenuti e perfino l’ostile attitudine a contrastare ogni buon senso.

Non solo. L’interlocutore avvezzo ai latinismi è spesso così innamorato del suono della propria voce da non concederti, con le sue astrusità, la possibilità di una replica. Lo stesso succede in questo caso. La sigla scolastica confonde e ingarbuglia e, giocando sulla tua giusta incompetenza, ti nega il diritto di dissentire e ti conduce per mano verso la rovina. Il più delle volte non capisci di cosa si sta parlando, come potresti opporre una qualche resistenza?

Informazioni su RP McMurphy

Chito e RP McMurphy vivono a Roma, ma qualcuno giura di averli visti più volte dalle parti di Maracaibo. Hanno un amore dichiarato verso tutti i sud del mondo e un’istintiva simpatia per chi vive ai margini.
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4 risposte a Criptare l’inconsistente, ovvero la scuola che fa abuso di acronimi

  1. Renata puleo ha detto:

    Ho commentato sul gruppo google…Renata

  2. Renata puleo ha detto:

    Ciao, riscrivo un breve commento visto che ti sei perso (io l’ho perso in rete…!) quello su google.
    Gli acronimi, dici giustamente, sono dei performativi, parole che inducono comportamenti in chi le ascolta, le legge. Nel caso specifico, di soggezione dubbiosa relativamente al proprio sapere catturato negli oscuri significanti dell’Altro “che sa”. Ma queste sigle, proprio per questo, non sono vuote, veicolano grappoli di significati, rimandano a Dispositivi, quindi a Discorsi, a Parole del Potere.
    Per argomentare ecco due acronimi che non hai citato. Sono un po’ di nicchia, malgrado rappresentino il lavoro della macchina che sta distruggendo la formazione pubblica: VSQ e VQR
    VSQ: Valutazione – Sviluppo – Qualità, è il nome di due sperimentazioni a cura dell’INVALSI e della Fondazione Agnelli su mandato del MIUR (il ministero che – a proposito di acronimi – già ha liquidato l’aggettivo “pubblica” a istruzione e inglobato impropriamente e fittiziamente la parola “ricerca”); sono le prove generali del RAV (rapporto di autovalutazione) della SVE (servizio valutazione esterna), condotte dal 2011 al 2015 (data di pubblicazione dei rapporti finali). Le conclusioni scritte dalla Fondazione Agnelli (questo cognome è un condensato di misfatti) sono tutte da leggere: si ammette, fra tabelle statistiche, cortesi correzioni alle definizioni date dall’INVALSI di alcune locuzioni aziendali (esempio “valore aggiunto”), comportamenti opportunistici delle scuole, incongruenze ministeriali, ecc., che la sperimentazione è fallita!!!
    Le slides dell’INVALSI sul suo lavoro non le cito, la lettura è un esercizio masochistico.
    VQR: Valutazione Qualità Ricerca, rimanda all’assurda graduatoria per valutare i contributi universitari alla ricerca che penalizza…chi ricerca! Viene punito con voti bassi (e quindi rischia di sparire insieme all’università in cui lavora a cui gradualmente si tagliano i finanziamenti visto che è improduttiva), chi prova a produrre qualcosa di originale, fuori dai paradigmi consueti. Ma su questo bisogna leggere la rivista online Roars che ne parla con assoluta cognizione di causa (Roars sta per Retourn on Academic ReSearch, qui l’inglese non è un omaggio al Conte Max Renzi, ma allude all’importazione in Italia del metodo VQR).
    VSQ e VQR: acronimi annodati sull’asse mediatico e demagogico valutazione=qualità.
    Beh, avevo esordito dicendo breve…Grazie, Renata

    • RP McMurphy ha detto:

      Big chief, condivido. Parola per parola. La vacuità delle tante sigle che infiocchettano la scuola come un brutto regalo da destinare alle generazioni future è soltanto relativa alla mancanza di contenuti positivi, necessari, creativi e costruttivi. Ma un significato ce l’hanno, eccome se ce l’hanno.

  3. Pingback: Le parole sono importanti (post altrui) | Scontro d’Inciviltà

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