La bufala del coding. Ovvero la scuola spiegata al mio barista (parte quarta)

codingOggi al bar ne ho sentita un’altra. Un tizio si compiaceva del fatto che nella scuola elementare del figlio si impartissero lezioni di coding e usava quella parola per darsi un tono, perché suonava un po’ come scusate se sono troppo all’avanguardia. Così il nostro John Koenig, comandante della Base lunare Alpha, davanti alle facce interrogative dei suoi interlocutori ha tenuto una breve lezione sul pensiero computazionale e su quanto fosse benedetto.

Sandro mi ha guardato mentre porgeva al comandante Koenig un cornetto integrale al miele. Quando si tratta di scuola ho generalmente un’opinione sull’argomento, ma sapeva bene che non sarei entrato nella discussione. Erano le sei e mezza di mattina. Un momento in cui non ho certo voglia di mettermi a questionare. A quell’ora è già un successo essere riuscito ad allacciare gli anfibi.

Ho restituito a Sandro lo sguardo di chi ha trovato un babirussa accovacciato in salotto. Significava più o meno che, se fosse stato per me, il comandante poteva anche essere portato su qualche asteroide e abbandonato lì con una sola razione k.

Il coding. Tanto per cominciare, tradotto in italiano, il vocabolo sarebbe programmazione. Lasciarlo in inglese evidentemente ci fa sentire molto meno banali. Se nella terra di Steve Jobs e Mark Zuckerberg l’avessero chiamato friedfishing o rainydaying l’avremmo fatto anche noi. La famiglia dei modernizzatori non ama i particolarismi linguistici e le individualità geografiche.

In pratica il coding è l’insegnamento del linguaggio di programmazione informatica, quel linguaggio che il computer utilizza per comprendere qualsiasi comando ed elaborare qualsiasi risposta. Un codice che si avvale del sistema binario e impiega solo due simboli, lo zero e l’uno.

Anche a non voler entrare nel merito della questione si potrebbe obiettare che insegnare come funziona il linguaggio macchina della programmazione, a partire dalla scuola primaria, non è una scelta così essenziale. Anzi. Ferma restando l’idea che ogni piccola conoscenza in più è certamente una cosa positiva, direi prima di tutto che, se il tempo scolastico rimane lo stesso, dovremmo essere più attenti a scegliere cosa insegnare e cosa no. Per lo stesso principio, se dovessi lasciare a mia figlia un contenuto bagaglio di conoscenze, con la speranza che queste possano aiutarla a crescere, certo non sprecherei tempo a raccontarle come funziona un motore a scoppio o il collegio uninominale in un sistema proporzionale.

La Buona Scuola, invece, tanto per non farsi mancare niente, tra le linee guida del suo progetto innovatore ha infilato anche l’educazione al pensiero computazionale e al coding. L’idea di inserire nei programmi una buona dose di informatica trova ovvi consensi, è facile comprenderlo. Nessuno si sognerebbe di contestare l’importanza che rivestono nella nostra vita l’utilizzo del computer e una certa alfabetizzazione digitale. Così come quasi nessuno si sognerebbe di criticare una scuola che proponesse da subito una didattica in grado di avvalersi di tutte le nuove tecnologie. Peccato che gli unici a obiettare qualcosa in questo senso siano in larga parte pedagogisti e neuropsichiatri.

Il digitale, anche come solo strumento di lavoro, è da questi considerato nocivo, soprattutto se utilizzato in giovane età. Suonano esemplificative le parole che Daniele Novara, direttore del CPP (Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti), ha inviato a Renzi.

Senz’altro la buona scuola non la fanno le nuove tecnologie. La didattica digitale sembra più l’invenzione del marketing che una vera necessità scolastica. Specialmente i bambini, per tutta l’infanzia, hanno bisogno di esperienze concrete, sensoriali e anche motorie. Per loro è meglio un gesso alla lavagna che un ennesimo video schermo in forma di LIM, meglio un quaderno dove passare il segno della biro piuttosto che una tastiera dove pigiare un unico dito, meglio un libro da sfogliare che un tablet su cui trascinare un pollice. Le ricerche scientifiche hanno abbondantemente fatto piazza pulita di queste mitologie degli estremisti della new economy. Se vuole può leggersi il libro del neuro scienziato tedesco Manfred Spitzer, Demenza digitale, ma non guasta ricordarle che lo stesso Steve Jobs aveva interdetto ai suoi bambini l’uso del computer in famiglia. Non è certo nostalgia del passato ma la consapevolezza scientifica che ogni età ha le sue necessità evolutive e nell’infanzia si impara di più nell’esperienza concreta e tangibile che davanti a uno schermo.

Immaginiamo allora quanto si faccia netto il rifiuto se il digitale nella scuola primaria, come nell’esempio del coding, diviene vero e proprio processo cognitivo e strumento di apprendimento. Mettersi lì a programmare un videogiochetto (perché alla fine è questo che si fa) serve a qualcosa? C’è chi, come Alessandro Bogliolo, è pronto a giurare di sì e sbandiera ai quattro venti che il coding dà ai bambini una forma mentis che permetterà loro di affrontare problemi complessi quando saranno più grandi. Peccato che Alessandro Bogliolo sia un ingegnere elettronico, docente di materie informatiche all’università di Urbino. Il che suona un po’ come chiedere a un fruttivendolo se la frutta che ha sul banco è buona o a un medico omeopatico se serve a qualcosa il Barium carbonicum.

L’idea che sta alla base dell’educazione al pensiero computazionale è che insegnare a ragionare come fa il computer è cosa buona e giusta. Il bambino che ha imparato avrà strumenti che lo renderanno un adulto migliore, capace di cavarsela nella vita con maggiore tranquillità rispetto a chi di coding è rimasto a digiuno. Tale ipotesi, non solo non ha alcun fondamento scientifico, ma è assolutamente fuorviante.

Che l’intelligenza artificiale, con la sua ineluttabile determinazione a scegliere unicamente tra bianco e nero, debba essere il paradigma al quale tendere, è un postulato preoccupante. E pericoloso. Il percorso di maturazione è tanto altro. Ci sta dentro anche la consapevolezza che la realtà ha spesso infinite sfaccettature, che molteplici possono essere i punti di vista e che quasi mai è possibile tracciare una linea che separi nettamente ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Tanto per capirci le foto in bianco e nero di Cartier Bresson o Ansel Adams non sarebbero nulla senza gli infiniti toni di grigio che le raccontano.

Il ridurre tutto a un o un No, attitudine propria del linguaggio informatico, farà felice magari chi valuta gli apprendimenti con le crocette e con i test, ma non aiuterà certo i ragazzi nel loro percorso di crescita. Un processo del genere può aiutare a stabilire (forse) la correttezza o meno di una frase nella sua costruzione e analisi grammaticale, ma poi basta. Perché non puoi mettere un’emozione dentro una tabella o tradurre una poesia col sistema binario.

L’educazione al coding ha però anche un altro aspetto, per nulla trascurabile, che la rende materia estranea a qualsiasi buona letteratura pedagogica. Crea infatti una didattica che, con assoluta tranquillità, passa un colpo di spugna sopra l’elemento fondante di qualsiasi processo educativo e formativo della scuola: il sistema di relazione. La classe e la magia dell’apprendimento, quando è un viaggio condiviso, spariscono. Assorto davanti al suo schermo il bambino potrebbe stare in aula anche da solo, o, indifferentemente, con altri 150 compagni. Basterebbe questo per prendere il coding e restituirlo al mittente.

A proposito. Ma chi ha fatto la bella pensata di infilare il coding tra le materie scolastiche? Forse pedagogisti, psicologi dell’età evolutiva, educatori, neurologi interessati ai meccanismi dei processi di apprendimento, commissioni di studiosi al lavoro per conto del Ministero dell’Istruzione? Macché. I promotori del programma mondiale code.org sono colossi del mercato informatico come Google, Microsoft, Facebook e Amazon. In Italia è lo stesso. La versione nostrana (programmailfuturo.it) è tutta farina del sacco di Microsoft, Samsung, TIM, HP, Cisco, Oracle e Intel. Sono loro a condizionare la politica scolastica e a mettere i soldi (un sacco di soldi) perché vengano realizzati i corsi di coding nelle scuole. Che bellezza.

Informazioni su RP McMurphy

Chito e RP McMurphy vivono a Roma, ma qualcuno giura di averli visti più volte dalle parti di Maracaibo. Hanno un amore dichiarato verso tutti i sud del mondo e un’istintiva simpatia per chi vive ai margini.
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26 risposte a La bufala del coding. Ovvero la scuola spiegata al mio barista (parte quarta)

  1. renata ha detto:

    Come avrai visto conducendo la tua indagine sul coding e sugli effetti speciali promessi dalla Ministra (resterà in sella??? al peggio non c’è mai fine???), la grande misura didattico-pedagogica-organizzativa è questa: l’aula diventerà un salone di videogiochi. Giocare (ovviamente da seduti!), niente fatica, nessun impegno personale e di gruppo volto a imparare! Basta un PC, un tablet, qualche nozione di informatica (ma non è nemmeno di questo che si tratta, a ben vedere) e anche l’insegnante diventa superfluo. A presto lo saranno anche i genitori.
    Ma dopo i tuoi significativi silenzi o le tue spiegazioni, cosa pensa il barista? R

    • RP McMurphy ha detto:

      penso che nella maggior parte dei casi il barista si convinca, big chief, ma non è una gran consolazione. Il bar è sempre pieno di depositari di verità sulla scuola, pur essendone estranei. Siamo una nazione di commissari tecnici e la scuola, alla stregua del calcio, è argomento su cui ognuno dice la sua con grande facilità.

  2. nonnalaura ha detto:

    la grafologa piange…

  3. Cecilia ha detto:

    Non credo che Lei abbia capito molto del coding..io l’ho insegnato ai miei bimbi partendo dalla preparazione della pizza e senza pc. Non le spiego come, evidentemente non è interessato ad approfondire.

    • RP McMurphy ha detto:

      Cara Cecilia, lei commette due errori.

      Il primo di EDUCAZIONE, per evidente ma ingiustificato eccesso di aggressività. Iniziare brutalmente con: “lei non ha capito molto del coding” lascia certo poco spazio al dialogo e al confronto. Spero che ai suoi bambini insegni regole diverse da quelle che lei ha utilizzato per entrare in questa discussione.

      Il secondo è di VALUTAZIONE. Come fa a dire che io non sono “interessato ad approfondire”? Ha dei poteri soprannaturali che le consentono di dare un giudizio sulle persone senza conoscerle?

      Vada a leggersi cosa dice Massimo Ghisalberti (persona di assoluto rilievo nel panorama informatico italiano, non uno stegosauro reazionario come me) a proposito di coding
      http://minimalprocedure.pragmas.org/writings/Coding/coding.html

      e faccia un corso di buone maniere, oltre che di cucina.

      Se vuole replicare continuerò a pubblicare quello che dice, ma se i toni rimangono questi sappia che io non avrò alcun interesse a risponderle.

      • Cecilia ha detto:

        Ho scritto “non credo che…” e non “Lei non ha capito”, sottile differenza che cambia notevolmente il tono del commento. Concordo forse sull’impulsività del mio commento nella forma, ma non sul contenuto. Anche il tono canzonatorio del suo articolo non è piacevole per chi legge ed ha un parere ovviamente diverso dal suo per svariati motivi . Detto questo non ho bisogno di un corso di cucina, tantomeno di buone mariere. La pizza,e tanto altro, insegno e continuerò a farlo a bambini di 5/6 anni che credono che il latte cresca sugli alberi…

  4. LaVostraProf ha detto:

    A dir la verità, io il coding in classe lo faccio “fisicamente”, senza computer, con attività non individuali ma di gruppo, e soltanto per avviarli a un pensiero (quello definito computazionale) che mi servirà poi per molto altro.
    Mi spiego con un esempio: se un mio alunno, dopo aver interpretato la parte di un robottino che si muove per il corridoio eseguendo le istruzioni dei suoi compagni di classe; se i compagni di classe, costretti a dare istruzioni precise e logiche, senza saltare passaggi di pensiero (e, in questo caso, di azione); se tutta la classe, insomma, poi si ricorda che la logica non è un opzione balenga ma qualcosa di utile… Bene, alla fine impostiamo il lavoro di analisi logica (appunto), o di storia (magari con un’attività su documenti), o di geografia (con la ricerca delle possibili cause del sottosviluppo) seguendo passo passo le tappe necessarie per arrivare a una possibile soluzione/conclusione. Da quando, anche sotto forma di gioco, abbiamo impostato il coding, noto che per i ragazzi è più facile comprendere la necessità di una scaletta (in un tema, sempre per esempio, o nella presentazione di in un lavoro collettivo che deve inglobare numerose attività, e così via) e di un procedere logico e non troppo casuale. Non si tratta certo di procedere con codice binario, bianco, nero, escludendo le sfumature di grigio…
    Dopodiché, il tema lo scrivono a mano, con carta e penna (tranne alcuni ragazzi che hanno particolari difficoltà, ma questa è un’altra storia), e, se inventano racconti, i racconti spaziano dove vogliono loro, e, quando disegnano, o inventano, o cantano, o costruiscono, agiscono in modo adeguato al momento, magari dimenticando il coding. Il pensiero computazionale è, appunto, uno strumento: lo si usa quando si vuole e si può ed è utile.
    Certo, pensare di introdurre il coding come una vera e propria materia (magari con le famose 60 ore, come vorrebbe il Ministero…) sarebbe come pensare che la competenza di scrittura sia da relegare alle ore di grammatica italiana, e quella di ascolto sia da relegare alle ore di musica. Il coding, anzi, il pensiero computazionale, è, semplicemente, una competenza trasversale che si può insegnare, ebbene sì, anche sotto forma di gioco. Non significa che l’aula o la scuola si trasformino in sala giochi…
    Significa che, ANCHE attraverso il gioco, è possibile sviluppare capacità e competenze.
    Quanto alla parola, inglese, va da sé, come per tante altre, si è diffusa ed è ora difficile rifiutarla o tradurla. Per parte mia, la traduzione “programmazione” è assolutamente limitante e, questa sì, fuorviante. Perché quando faccio coding in classe non voglio certo fare “programmazione”.

    • Geat ha detto:

      Quello che ci ha appena descritto sembra più “scuola” che “coding”. Lo insegnano tutte così le sue colleghe?

      • LaVostraProf ha detto:

        Giusto! È “semplice” scuola. Si insegna a ragionare, non solo a sapere. Ho sempre fatto così, e adesso ho uno strumento in più che mi aiuta. Certo, questo non è “fare coding”, ma se mi accorgo che un ragazzino si applica meglio e ragiona con più serietà quando gli chiedo di programmare a blocchi, uso i blocchi (e spero che tutto ciò lo aiuterà anche nell’analisi logica).
        Quanto alle mie colleghe, non posso rispondere per loro. So, però, che chi usa il pensiero computazionale lo immerge di solito nelle attività scolastiche quotidiane e l’ho visto applicato, in decine e decine di attività scolastiche non finalizzate al coding ma all’apprendimento in senso lato e ad attività pratiche, nel gruppo Facebook dedicato a un corso del professore citato nell’articolo.
        L’equivoco, secondo me, nasce anche dalle dichiarate intenzioni del ministero, da quelle 60 ore buttate lì come la panacea di tutti i mali e come se il pensiero computazionale fosse una ‘materia’ scolastica. Non la è. È uno strumento che chiunque può utilizzare o meno. Che sarebbe meglio utilizzare, sempre secondo me.
        Devo dire che mi meraviglia anche un po’ il livore o il sarcasmo verso questi nuovi strumenti, che mi suona un po’ come l’anatema contro le penne stilografiche invece di cannuccia e calamaio… E, soprattutto, mi meraviglia che venga da persone che queste tecnologie le stanno usando

  5. renata ha detto:

    Caro Chito, questo è un effetto della tecnologia applicata ai social e, a quanto pare, alla pizza. Già tanti, tanti anni fa, si sviluppavano le ricette di cucina con gli algoritmi , sai quelle robe che si svolgono in verticale con le uscite laterali to the end, uguale pizza da infornare. Te lo dico perché sei un ottimo Maestro-stegosauro, ma non so come stai a ricette sviluppate. Grazie!

  6. alcyone ha detto:

    Come insegnare aritmetica a dei ragazzi è il tuo lavoro. Ma nessuno mette in dubbio che l’aritmetica è importante al di là delle sue implicazioni contabili. Così per la logica. Dare a dei ragazzini degli strumenti che amplino e supportino le loro competenze non è così drammatico come le tue paure presagiscono. Non credo sia utile raffigurare il peggior Moloch per poi combatterlo. Bisogna guardare negli occhi il mostro per rendersi conto che forse tanto mostro non è. Dalle pagine del progetto estrapolo alcune righe che non mi sembrano così malvagie, anche se si è comunque palesato il “burocrate illuminato” in qualche pagina di descrizione del progetto , (soprattutto le prime) sono un po’ agghiaccianti…

    “I metodi caratteristici includono:
    •analizzare e organizzare i dati del problema in base a criteri logici;
    •rappresentare i dati del problema tramite opportune astrazioni;
    •formulare il problema in un formato che ci permette di usare un “sistema di calcolo” (nel senso più ampio del termine, ovvero una macchina, un essere umano, o una rete di umani e macchine) per risolverlo;
    •automatizzare la risoluzione del problema definendo una soluzione algoritmica, consistente in una sequenza accuratamente descritta di passi, ognuno dei quali appartenente ad un catalogo ben definito di operazioni di base;
    •identificare, analizzare, implementare e verificare le possibili soluzioni con un’efficace ed efficiente combinazione di passi e risorse (avendo come obiettivo la ricerca della soluzione migliore secondo tali criteri);
    •generalizzare il processo di risoluzione del problema per poterlo trasferire ad un ampio spettro di altri problemi.

    Questi metodi sono importanti per tutti, non solo perché sono direttamente applicati nei calcolatori (computer ), nelle reti di comunicazione, nei sistemi e nelle applicazioni software ma perché sono strumenti concettuali per affrontare molti tipi di problemi in diverse discipline.

    Gli strumenti intellettuali includono:
    •confidenza nel trattare la complessità (dal momento che i sistemi software raggiungono normalmente un grado di complessità superiore a quello che viene abitualmente trattato in altri campi dell’ingegneria);
    •ostinazione nel lavorare con problemi difficili;
    •tolleranza all’ambiguità (da riconciliare con il necessario rigore che assicuri la correttezza della soluzione);
    •abilità nel trattare con problemi definiti in modo incompleto;
    •abilità nel trattare con aspetti sia umani che tecnologici, in quanto la dimensione umana (definizione dei requisiti, interfacce utente, formazione, …) è essenziale per il successo di qualunque sistema informatico;
    •capacità di comunicare e lavorare con gli altri per il raggiungimento di una meta comune o di una soluzione condivisa.

    Anche per questi strumenti i benefici si estendono al di là della disciplina informatica. “

  7. RP McMurphy ha detto:

    Credo che a questo punto siano necessarie alcune puntualizzazioni. Altrimenti facciamo confusione. Insegnare la logica e insegnare a ragionare seguendo processi logici che permettano di risolvere problemi di qualsiasi natura utilizzando sequenze ordinate è cosa sacrosanta. Questo a scuola si è sempre fatto, in tanti modi diversi. MA QUESTO NON SIGNIFICA FARE CODING.
    Messa così allora anche la scuola Pitagorica o Aristotelica facevano Coding.

    Coding è insegnare ai ragazzi alcuni elementi di programmazione (utilizzando il linguaggio di programmazione Scratch) al fine di produrre piccoli videogiochi o brevi sequenze. Coding significa dialogare con il computer e assegnargli dei compiti e dei comandi. QUESTO VUOL DIRE CODING.

    Mi ripeto, ma credo davvero sia utile leggere cosa dice l’analista e programmatore Massimo Ghisalberti sull’argomento:
    http://minimalprocedure.pragmas.org/writings/Coding/coding.html

  8. Monica ha detto:

    Credo fermamente nelle attività di programmazione e nello sviluppo del pensiero computazionale, e certo non serve necessariamente un dispositivo per questo ( si informi meglio) . Comunque i miei alunni alla fine dell’anno scolastico portano a casa pacchi di quaderni, fatti di carta, sui quali hanno svolto attività varie, fatte di penne, matite e lapis. É mai entrato in una classe lei? Una classe vera, fatta di bambini veri, di bambini con difficoltà vere, di lettura, di scrittura, di memorizzazione. Evidentemente no, e mi spiace per lei perché non ha avuto la possibilità di vedere come per questi alunni la scuola digitale ( coding compreso) sia una risorsa ineguagliabile.
    É facile criticare e distruggere, più difficile é proporre. Lei sta solo distruggendo senza proporre un bel niente.

  9. Spartaco ha detto:

    Mi chiedo il perché di tanto livore da parte di alcune maestre. In questo caso mostrarsi critici nei confronti del coding (“risorsa ineguagliabile”) dimostrerebbe addirittura di non essere mai entrati in una classe! Essere incapaci di concepire che possano esistere altri (molti) modi per fare il docente è proprio il caso di un ragionamento binario. Non raccogliere le provocazioni McMurphy.

  10. salanitri.paolo ha detto:

    1) non esiste nelle nostre scuole la materia coding inserita nel quadro delle discipline 2) è un’attività che si può svolgere in classe a qualsiasi età e nessuno ha mai pensato che debba sostituire il metodo classico di insegnamento 3) è uno strumento e come tale aiuta a ampliare il panorama delle conoscenze 4) non è solo un semplice gioco ma ha una logica e sviluppa delle abilità che sono utili a risolvere i problemi 5) non penso che l’uso del coding abbia come obiettivo quello di cancellare il ruolo del docente “classico” ma è da considerare come un altro “strumento” che si ha a disposizione per svolgere la professione.

  11. Grazie per avermi citato, dandomi modo di ribadire il mio punto di vista in materia. Innanzitutto complimenti per l’incipit, che mi è piaciuto malgrado il titolo promettesse malissimo. Venendo al punto, ritengo che ci sia un equivoco di fondo nel mescolare coding e pensiero computazionale con tecnologia ad ogni costo, digitale, intelligenza artificiale e “ridurre tutto a sì e no”. Non si tratta di questo. Se avete voglia di saperne di più su quello che penso del coding a scuola lo trovate scritto qui http://codemooc.org/un-modello-per-il-coding-a-scuola/ Leggendolo vedrete che non sono affatto un sostenitore dell’uso indiscriminato della tecnologia in classe, al contrario. Vedrete anche che non pretendo di dare consigli pedagogici, ma mi limito a parlar dei concetti di programmazione, che sono la mia materia, aiutando chi vuole ad applicarli al proprio ambito. Infine vedrete che non parlo di insegnare il coding, ma di applicarlo se e dove lo si ritiene opportuno.
    Volendo semplificare, ma nella direzione giusta, si tratta di prendere consapevolezza dell’uso che facciamo quotidianamente di algoritmi e di delle loro potenzialità. Questa consapevolezza può essere un patrimonio condiviso tra insegnanti e alunni.
    Sono un informatico, è vero, ed è per questo che mi permetto di parlarvi di coding. Io sono solito chiedere al fruttivendolo se la frutta è buona, fidandomi della sua competenza più di quanto non diffidi di lui come potenziale impostore. Non credo che otterrei risposte più attendibili sulla qualità della frutta chiedendo al calzolaio per non arrischiarmi a chiederlo al fruttivendolo.

    • RP McMurphy ha detto:

      beh, dire che: “il coding dà ai bambini una forma mentis che permetterà loro di affrontare problemi complessi quando saranno più grandi” se non è un consiglio pedagogico, poco ci manca. Il suo intervento è comunque interessante. Caro Alessandro Bogliolo mettiamola così: a lei è piaciuto il mio incipit, a me ha molto divertito la sua conclusione. In mezzo ci sta un mondo, ma anche la possibilità di piacevoli chiacchierate.

  12. renata ha detto:

    Il dibattito si è spostato, la tematica si è fatta interessante. Attenzione: al di là di quel che pensiamo in modo non manicheo, è forse utile andare a leggere quel che dice sul tema il manifesto “culturale ” La Buona Scuola (che ha preceduto l’approvazione della legge 107 ed è stato sottoposto ad un ridicolo sondaggio on line) e cosa dichiara la Ministra Giannini sul coding da insegnare fin dalla scuola d’infanzia. Non stiamo parlando di punti di vista di pedagogisti, di maestri, di sviluppatori e di informatici, ma di tesi di politici ignoranti,
    sposati all’ultima novità promossa dal mercato.

  13. La programmazione non è assolutamente “ridurre tutto a un Sì o un No”, anzi è piuttosto partire dal semplice e basilare “sì o no” per arrivare proprio alle cinquanta …. ah, pardon! alle mille sfumature di grigio della realtà di Bresson. La vita è complessità, certo, ma si dà il caso che milioni di composti organici contengano solo pochissimi elementi!

  14. Nicola Fracassi ha detto:

    Mi sembra che il tanto temuto ragionamento bianco o nero sia stato in primis applicato da chi ha scritto questo articolo.
    Con alcuni genitori abbiamo insegnato il Coding (che non è programmazione ma un “gioco” di logica informatica) a ragazzi di elementari e medie dividendoli per fascia di età e facendo fare esercizi di vario tipo e tutti hanno imparato divertendosi coi loro compagni, in gruppo. Cosa che non ha in alcun modo voluto sostituire altri tipi di insegnamento ma semplicemente integrare ciò che già viene insegnato.
    Non capisco davvero perché si debba sempre vedere tutto come completamente alternativo (e quindi pericoloso, e quindi da evitare come la peste) e mai come un’utile integrazione.
    I bambini già a 8 anni (alcuni anche prima) iniziano ad usare telefoni e tablet oggi; è un dato di fatto. Lo stesso Steve Jobs oggi farebbe fatica a tenere i propri figli lontano dalla tecnologia (considerate che i suoi figli nacquero negli anni 90). Imparare a conoscere meglio e in maniera guidata (piuttosto che lasciandoli nelle mani di Youtube) questi strumenti che li accompagneranno per tutta la vita penso sia molto importante; così come sono importanti la socializzazione, i lavori con la creta, scrivere con la penna, le fotografie di Cartier Bresson, etc..

    • RP McMurphy ha detto:

      Buongiorno Nicola, mi rendo conto che mostrarsi contrario all’uso del digitale nella scuola primaria possa far passare per conservatori, tradizionalisti, nostalgici del tempo che fu, arroccati alle proprie piccole certezze e timorosi di ogni cambiamento. Ma nel mio caso non è così.

      Conosco docenti ostili all’informatica per semplice inattitudine o per pigrizia. Io non sono tra questi. Pur ripensando con una certa tenerezza al mondo “unplugged” della mia infanzia (ho cinquant’anni e il primo computer l’ho utilizzato all’università) considero la tecnologia digitale ormai imprescindibile. Io stesso ne faccio largo uso. E sono assolutamente d’accordo con lei sulla necessità di accompagnare i ragazzi lungo un percorso guidato di conoscenza. Ma questo è un altro discorso.

      La posizione che esprimo nel post riguarda lo sviluppo cognitivo del bambino in relazione alle procedure di apprendimento nella scuola primaria e anche prima (ci sono già progetti che portano i tablet nella scuola materna!). C’è tutta una letteratura scientifica e pedagogica a sostegno delle mie tesi. Nel post si fa, per esempio, riferimento a “Demenza digitale” di Manfred Spitzer. Un testo di sicuro molto interessante.

  15. Ivan Cervesato ha detto:

    Magistrale smontaggio, che sottoscrivo in toto, dell’ennesima bufala dell’Orrenda Scuola (tecnologie didattiche, CLIL, didattica laboratoriale e via così) fatta del nulla elevato a sistema, di scimmiottamento delle peggiori invenzioni d’oltralpe (in particolare, del pessimo sistema di istruzione di stampo angloamericano: e poteva essere diversamente?). Tutto sempre assunto in modo acritico da un legislatore che nel migliore dei casi non conosce la materia del proprio legiferare, nell’ottica tristissima della scuola-azienda, del preside-manager-sceriffo, della famiglia-cliente. Cretinismo economicista (direbbe Gramsci).
    Da incorniciare, perchè coglie il cuore del discorso, questo passo:
    “Crea infatti una didattica che, con assoluta tranquillità, passa un colpo di spugna sopra l’elemento fondante di qualsiasi processo educativo e formativo della scuola: il sistema di relazione. La classe e la magia dell’apprendimento, quando è un viaggio condiviso, spariscono. Assorto davanti al suo schermo il bambino potrebbe stare in aula anche da solo, o, indifferentemente, con altri 150 compagni. Basterebbe questo per prendere il coding e restituirlo al mittente.”

  16. RP McMurphy ha detto:

    Grazie Ivan, la pensiamo nello stesso modo. Probabilmente insegniamo anche nello stesso modo, nonostante io mi occupi di cuccioli che iniziano appena a guardare fuori dalla tana e tu di giovani vite che prendono a gironzolare di qua e di là.

    Mi piace per questo riprendere la citazione che utilizzi sul tuo sito per sintetizzare la precisa idea di scuola che ci accomuna: «Non si insegna quello che si vuole; dirò addirittura che non s’insegna quello che si sa o che si crede di sapere; si insegna e si può insegnare solo quello che si è. (J. Jaurès)».

    Questa bella riflessione purtroppo vale anche in negativo. La politica oggi disegna una piccola scuola, perché niente altro, se non piccole persone, i nostri legislatori sanno essere. Il guaio è che la politica e i nostri politici non piovono dall’alto, ma sono l’espressione più fedele di cosa sia un popolo.

  17. Santino ha detto:

    Da matematico di formazione potrei chiedermi per quale motivo l’approccio “computazionale” dovrebbe essere il modo privilegiato per risolvere un problema.
    Sarebbe però tempo perso discutere di queste questioni perché è evidente che l’introduzione del “coding” non scaturisce da una riflessione culturale di ampio respiro, ma è una semplice moda didattica imposta alla scuola col solito metodo delle circolari ministeriali. O forse dovevamo aspettare il solito esperto del Miur per capire che molti problemi proposti agli studenti richiedono l’elaborazione di un algoritmo risolutivo? Forse prima dell’autonomia scolastica non avveniva così?
    Il problema della scuola italiana è purtroppo la mediocrità culturale di chi ha rinunciato a pensare con la propria testa e si è ridotto a ripetere a pappagallo gli slogan ministeriali, utilizzando peraltro le stesse orribili forme linguistiche, intrise di burocratese, di cui sono piene le circolari del Miur.
    Cosa c’è di più triste nel vedere Dirigenti Scolastici che tessono le lodi del “coding” pur ignorando la differenza fra un ciclo for e un ciclo while?
    Sarebbe questa l’autonomia scolastica? Sarebbe questa la “buona scuola”? Sarebbe questa l’idea di cultura che si vuole portare avanti?? Sarebbe questa la “buona scuola”? Sarebbe questa l’idea di cultura che si vuole portare avanti?

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