La votazione

Ci hanno insegnato che la votazione è una delle espressioni imprescindibili della democrazia. Il che però equivarrebbe a riconoscere che, dato per inconfutabile il fatto che le persone illuminate siano sempre una stretta minoranza, alla fine quello che la democrazia rischia di fare è indicare semplicemente la strada scelta, in larga parte, dai pavidi, dai suggestionabili, dai conformi, dagli ottusi. Il fatto è che non basta poter votare. Serve anche altro.

L’opportunità resa possibile dalla votazione potrebbe essere colta solo se la conta delle mani alzate fosse preceduta dallo spazio di un dibattito serio dove le idee diverse potessero confrontarsi sinceramente e contendersi senza terzi fini la decisione finale. Serve tempo, non fretta, serve uno spazio di condivisione, e soprattutto è necessaria in chi è chiamato a votare la capacità di riconoscere la giustezza di una proposta indipendentemente dai propri semplici tornaconti. Ma un’assemblea è difficilmente obiettiva e libera da pressioni. Le scelte alla fine vengono prese pensando più al proprio utile, secondo il calcolo dei propri interessi immediati, piuttosto che per la bontà e la qualità delle idee proposte. Quel che è peggio è che il voto espresso, perdendo vista gli interessi generali, cerca di raggiungere banalmente soltanto un proprio vantaggio ma poi è solitamente mascherato da sacri principi, mimetizzato in mezzo a un esercizio di parole ridondanti e ipocrite.

Se c’è un luogo dove tutto questo può essere osservato con una certa regolarità è il mondo della scuola. La maggioranza dei docenti non è mossa da teorie pedagogiche o convinzioni che guardano al futuro della scuola nell’interesse di difenderla da una sistematica politica che mira al suo svilimento. Al contrario, un pezzetto per volta si rendono responsabili di questo disfacimento. Così, per esempio, un luogo che dovrebbe celebrare e difendere la centralità della relazione come unica forza motrice che regola i rapporti tra tutti i soggetti che abitano la scuola, diviene invece un asfittico raccoglificio di distanze.

Collegio di settembre. Gli insegnanti della scuola primaria sono chiamati ad esprimere il loro parere se svolgere la programmazione in presenza oppure on line. Se restare a scuola due ore dopo l’uscita dei bambini per confrontarsi con la possibilità di avere materiali, di scambiarli, poter aprire il proprio armadio e tirare fuori cose, correggere i quaderni dei propri bambini, preparare la classe con gli allestimenti che precederanno le attività, ritagliare, incollare, appendere, spostare le sedie e i banchi, anche prendere un caffè insieme. Oppure restarsene a casa. Ognuno a casa propria. Si procede alla votazione. Secondo voi quale delle due soluzioni ha stravinto?

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About RP McMurphy

Chito e RP McMurphy vivono a Roma, ma qualcuno giura di averli visti più volte dalle parti di Maracaibo. Hanno un amore dichiarato verso tutti i sud del mondo e un’istintiva simpatia per chi vive ai margini.
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