La professoressa F è da tanti anni una delle migliori professoresse della scuola. Una questione che non riguarda soltanto la preparazione nella materia che insegna, ma tira in ballo l’entusiasmo, il rigore, la serietà, le energie spese, i chilometri di sorrisi e l’amore incondizionato per i suoi studenti. Nonostante tutto qualche volta succede che la professoressa F si senta sola. Può capitare quando si trova davanti una fila di persone sbagliate.
Persone sbagliate 1: mamma e papà. La famiglia di una sua alunna avalla e incentiva le paturnie della figlia sul più banale dei cliché scelto dallo studente che ha preso brutti voti: “Ce l’ha con me”. Un classico esempio di infantilismo per chi, invece di essere aiutato a crescere, è educato all’esercizio di trovare sempre lontana dalle proprie scarpe la responsabilità se qualcosa non va. Una triste dichiarazione di insofferenza alle strade quando sono in salita e una connaturata incapacità a gestire un dispiacere e un insuccesso, sia pure semplicemente scolastico (che poi la vita di insuccessi e ciambelle senza il buco ne ha in serbo una collezione ben più significativa e allora sono guai).
Persone sbagliate 2: gli specialisti. La famiglia che incoraggia i malumori della figlia, alla ricerca di una facile scorciatoia, presenta alla scuola la relazione di un presunto pedagogista e, se non bastasse, anche quella di uno psicologo. Inutile dire che entrambi i periti di parte puntano il dito sulla professoressa, identificata quale unica responsabile degli insuccessi scolastici della ragazza oltre che del suo conseguente stato di grave prostrazione. Che ci sia una precisa corrispondenza tra ciò che il cliente pagante avrebbe voluto sentirsi dire e le psicodiagnosi prodotte, appare soltanto una semplice casualità. Ma così è. L’obiettività non è una dote di cui son colmi gli specialisti.
Persone sbagliate 3: Il Dirigente scolastico. Una volta si chiamava Preside. Il termine è ormai desueto, come del resto anche molte altre parole nel mondo della scuola, scavalcate da espressioni o acronimi in linea con una trasformazione aziendalistica e una fantomatica modernità. Peccato che le vecchie espressioni si siano portate via anche condotte virtuose come quella, in uso ai vecchi Presidi, di difendere certamente il professore davanti alle faziose farneticazioni, alle bugie, e alle relazioni partigiane. Così che una volta una mamma e un papà in una presidenza ci sarebbero entrati in punta di piedi e non blaterando fuffole o minacciando apocalissi. Ma oggi no. E un Dirigente, preoccupato di conservare i numeri delle iscrizioni e di non scontentare la propria utenza, finisce facilmente per spaventarsi perfino della propria ombra ed essere incapace ad arginare l’indecenza.
Non ti amareggiare vorrei dire io alla professoressa F. L’unico tribunale che conta è quello della propria coscienza. Vai dritta per la tua strada che quella è una strada lastricata da eterni graniti che resistono alla storia. E le persone sbagliate lasciale alle loro inadeguatezze. Che tanto il primo refolo di vento se li porta via.
p.s.
In copertina l’indimenticabile Vittorio Gassman ne Il sorpasso, capolavoro della commedia all’italiana (Dino Risi, 1962).

