La chat di WhatsApp

La chat dei genitori di una classe, mi ci metto dentro anche io, è sempre un microcosmo policromo e un po’ folle. Viene fuori di tutto. Anche in un momento drammatico come questo. Anzi, forse soprattutto in un periodo così particolare. Così rimango ammirato dalla poesia di certe parole, profonde, piene di umanità. Poi resto attonito, davanti a una replica che manifesta ben altre necessità, sorda e muta davanti a tanta profondità.

Mamma di M
Cari tutti, vorrei condividere una riflessione insieme a voi.
La situazione che stiamo vivendo è straordinaria e merita una disposizione d’animo che ha bisogno di essere rintracciata o addirittura creata dentro ognuno di noi, adulti e bambini.
Ci stiamo misurando con qualcosa che ha cambiato profondamente le nostre abitudini.
Ci stiamo misurando, in alcuni casi molto da vicino, con il dolore e la morte.
Ritengo importante non riempire di parole e compiti a vario livello ogni istante e ogni spazio necessario alla elaborazione di un’esperienza così sconvolgente.
Abbiamo bisogno anche di silenzio e momenti di inattività per poterci leccare le ferite e riprenderci con coraggio. Come di fronte a in lutto.
Anch’io insegno e anch’io in questi giorni passo ore su skype con le mie classi. Facciamo lezione, parliamo, riflettiamo. È un’emozione grande quella provo trascorrendo del tempo con i miei ragazzi.
Ma credo fermamente che sia inopportuno tentare di sradicare lo sgomento distraendo i miei alunni con montagne di compiti.
Lavoriamo insieme.
Ma non posso coprire il loro naturale bisogno di elaborazione stornando la loro attenzione da ciò che in questo momento stanno vivendo con coraggio ma anche con tutti i sentimenti che questa situazione accende in tutti noi.
Ognuno reagisce come può, ma credo che come adulta anch’io debba avere lo spazio per elaborare il mio sgomento.
Uno spazio che non può essere totalmente riempito da cose da fare.
Abbiamo bisogno anche di silenzio e di passare attraverso il vuoto che sentiamo dentro e intorno a noi.

Mamma di G
Scusate ma voi siete riusciti a caricare il file audio per i compiti di storia della prof N?

Informazioni su RP McMurphy

Chito e RP McMurphy vivono a Roma, ma qualcuno giura di averli visti più volte dalle parti di Maracaibo. Hanno un amore dichiarato verso tutti i sud del mondo e un’istintiva simpatia per chi vive ai margini.
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10 risposte a La chat di WhatsApp

  1. renata puleo ha detto:

    Per fortuna, e purtroppo, in periodi come questo vengono a galla grandi pregi e terribili forme di idiozia. Certo, ci sono i genitori che vogliono tanti compiti perché, insieme alla TV e alle innumerevoli attività esterne, hanno sempre evitato loro di occuparsi del valore empatico del silenzio. Che li obbligherebbe a ragionare sulla loro genitorialità frettolosa, poco incline all’ascolto delle creature piccole.

  2. Laura ha detto:

    È profondamente umano e toccante quello che la mamma di M. ha scritto sul gruppo genitori. È vero abbiamo bisogno di momenti di silenzio e di inattività, dobbiamo confrontarci anche con il dolore e con la morte, non solo noi adulti, ma anche i nostri figli. Invece questi temi vengono perlopiù ignorati, sono tabù, e parlo anche della mia esperienza di insegnante. Un modo molto in voga per bypassare certi argomenti è la strategia di distrazione, l’arte di parlar d’altro che abbiamo appreso dalla televisione. Attraverso i social ognuno può esercitare questo potere, annullare l’altro con un pretesto qualsiasi, in barba al senso e alla comunicazione. Ma non c’è un po’ di schizofrenia in tutto ciò?

  3. RP McMurphy ha detto:

    Cara Renata, cara Laura, che dire? condivido. E condivido senza faccine che ridono, manine che applaudono e manine che dicono ok

  4. Andrea ha detto:

    Ciao Flavio,
    è la differenza tra le persone intelligenti e non. È la differenza tra chi ha la mente aperta è chi è robotico. È la differenza tra chi trova qualcosa di positivo da questa esperienza e chi sostituisce la vecchia routine con una nuova routine.
    Ciao
    Andrea papà di Adriano \m/

  5. lezzy ha detto:

    Hola guerriero,
    “Uno spazio che non può essere totalmente riempito da cose da fare.
    Abbiamo bisogno anche di silenzio e di passare attraverso il vuoto che sentiamo dentro e intorno a noi.”
    bellissime parole che se messe in pratica come nella musica (solfeggio ritmico etc.) cambierebbero completamente lo spartito e la melodia delle nostre vite..

  6. Laura ha detto:

    In questi giorni di ritiro non posso fare a meno di percepire il silenzio intorno a me, una dimensione quasi dimenticata, e di associarlo all’altra grande assente nella nostra cultura: la morte. Ci stiamo confrontando col silenzio e con la morte.
    Penso a un episodio accaduto in classe non molto tempo fa e mi chiedo se sia giusto o no affrontare questo tema, che anche a scuola è diventato tabù, con i bambini. Leggendo la fiaba dei tre porcellini, quando il lupo fa cadere la casa di paglia, mi sono resa conto che in quella versione (non edulcorata alla Disney per intenderci) il porcellino non fugge ma viene divorato dal lupo. Quando ho alzato lo sguardo ho visto gli occhi sgranati dei bambini che mi guardavano con incredulità – momenti di panico – quasi per dire: ma che stai dicendo? Possibile che i porcellini muoiano? Colta alla sprovvista ho spiegato loro che esistono due versioni della fiaba, una dove i porcellini fuggono e un’altra dove appunto vengono divorati dal lupo, perché le favole non sono tutte uguali, le favole sono di chi le racconta. Ovviamente i bambini hanno manifestato la loro preferenza per la prima versione ed io mi sono adeguata. Però dentro di me è riemersa una domanda assopita da anni: perché non dobbiamo parlare della morte ai bambini? In fondo le fiabe servono anche a questo, ad affrontare le paure e i lati più tristi della vita. A capire che la morte fa parte della vita, così come i fiori muoiono in inverno per poi rinascere. Come i tre porcellini o Cappuccetto Rosso muoiono divorati dal lupo e poi rinascono dalla sua pancia, tagliata dal cacciatore. Oggi la morte viene sempre più emarginata dalla vita, viene relegata in un angolo fatto di silenzi e omissioni. Molti genitori pensano che sia troppo presto per parlare della morte ai bambini, che possono fare brutti sogni o esserne traumatizzati. Da bambina ricordo che i miei genitori mi portarono alla veglia funebre dei nonni per dare loro l’ultimo saluto ed io ho provai un senso di tristezza ma anche di coraggio, per aver affrontato una tale prova. Era una consuetudine, i bambini non erano esclusi da questo aspetto della vita, si dialogava con la morte, ciascuno secondo le proprie modalità. Oggi invece la morte viene “sterilizzata”, esclusa dal contesto quotidiano, come se fosse una realtà aliena che non ci riguarda. Ma in questo modo non diventiamo tutti più fragili, bambini compresi?

    • RP McMurphy ha detto:

      Sono d’accordo Laura. La morte è un tabù. Nel nostro mondo lo è diventato. Con i bambini si ha il dovere di trovare le parole, si ha il dovere di cercare una strada, e si dovrebbe poter parlare anche della morte. Non credo però che il tabù si sia radicato soltanto per l’idea di salvaguardare i bambini. Sono anche gli adulti che non voglio affrontare la morte e riflettere sul tema della perdita.
      Da maestro mi sono capitati casi di bambini che hanno perso un genitore. Non ho potuto sorvolare. Poi ho scritto e illustrato un libro sulla perdita di una mamma da parte di un bambino di scuola elementare. Le case editrici mi dicono che è molto bello, ma che tratta un tema che è difficile da pubblicare…

      • Laura ha detto:

        È un tema difficile da pubblicare perché la nostra cultura lo rifiuta, o meglio cerca di ignorarlo, lo camuffa, lo edulcora. Certo sono gli adulti per primi che operano questa omissione, e poi la proiettano sui bambini che crescendo la scoprono in forme estreme, morbose, incontrollate.

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