Io non lo so fare

Ringrazio la maestra L per alcuni pensieri che mi vengono dopo l’interessante chiacchierata di qualche giorno fa e i ragionamenti che abbiamo condiviso, partendo dal diverso punto di osservazione che occupiamo lungo la strada sulla quale camminano i bambini. Lei nella scuola materna, io nella primaria. Si rifletteva sulla naturale capacità che hanno i bambini di rovesciare sul tavolo lo zaino delle loro emozioni, iniziando a farlo nell’unica forma possibile: il disegno.

Allora ho pensato che poi, quando davanti a un foglio bianco un bambino ormai cresciuto ti dice io non lo so fare, sta comunicando un disagio che appare come la traccia di un delitto. Evidenzia con chiarezza l’assassinio del primordiale senso di onnipotenza che aveva quando era molto più piccolo, quando era capace di disegnare tutto senza chiedersi mai quanto stesse andando lontano dalla realtà. Pronto a guardare con gli occhi della passione e con quegli occhi a raccontare se stesso e il mondo.

Io non lo so fare è un’espressione che sottolinea la smaterializzazione del percorso creativo. Io non lo so fare così come me lo chiedi tu. Così come tu te lo aspetti. Il nodo è tutto qui. È evidente che qualsiasi linguaggio, anche quello pittorico, sia un percorso di conoscenza e necessiti dell’insegnamento di grammatiche e competenze. Ma è proprio nelle stanze della trasmissione di queste grammatiche che si consuma il delitto. Il bambino ne esce scoraggiato, demotivato, perfino umiliato. Impara, sbagliando di grosso, che il disegno non è cosa per lui. Si convince che il disegno non è un mezzo per esprimere se stesso e si persuade che esistono tante altre strade per piacere agli adulti.

La scuola fa molti errori. Sottovaluta l’insegnamento delle discipline creative. Allo stesso modo di come sia inconcepibile che un bambino esca dal ciclo della scuola primaria senza conoscere un’altra lingua (che imparerebbe con facilità disarmante), suona altrettanto colpevole che non conosca la musica e la pittura. La scuola primaria insegna a leggere e a fare i conti, ma non a conoscere il proprio mondo interiore e a crescere. A guardare i programmi della scuola viene facile chiedersi se questa sia soltanto una riprovevole disattenzione. Certo è che nella preparazione del cittadino di domani fa enormemente comodo alla società dei consumi che sui banchi di scuola si prepari un uomo ordinato e suggestionabile. L’arte non aiuta. Non c’è bisogno di tirare in ballo Chris Hedges per comprendere che il neo liberismo bandisce severamente il pensiero divergente e con esso gli artisti, i pensatori indipendenti, gli eccentrici e gli iconoclasti.

Le discipline creative non vengono insegnate. Ci si preoccupa magari di trovare tempi e spazi per inserire rudimenti di educazione finanziaria, ma la fotografia, la scultura, diciamo tutta la famiglia delle arti visive e plastiche, viene completamente ignorata. Fanno eccezione la musica e il disegno, ma insegnate male, malissimo, relegate in un angolo e considerate qualcosa di secondario di cui si può anche fare a meno. Prova ne è che l’espressione io non lo so fare, se riferita a una divisione o all’analisi grammaticale, farebbe preoccupare qualsiasi maestro (qui si pretende giustamente che l’alunno, anche quello meno portato, arrivi comunque a dei risultatati apprezzabili), ma si accoglie sempre con una certa accondiscendenza se si tratta di disegno.

Io non lo so fare. E ci credo. Nessuno te lo insegna.

Informazioni su RP McMurphy

Chito e RP McMurphy vivono a Roma, ma qualcuno giura di averli visti più volte dalle parti di Maracaibo. Hanno un amore dichiarato verso tutti i sud del mondo e un’istintiva simpatia per chi vive ai margini.
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5 risposte a Io non lo so fare

  1. renata puleo ha detto:

    Il disegno, il semplice spontaneo disegnare, non viene accolto, non viene nel tempo educato.Caro Flavio, invece di starti addosso con i test Invalsi, la Dirigente dovrebbe considerarti una risorsa per i tuoi colleghi.

    • Laura ha detto:

      Ma come si fa ad insegnare a disegnare ad un bambino senza interrompere la sua spontaneità?
      Bella domanda… Betty Edwards direbbe che è come insegnare a un bambino ad andare in bicicletta: di solito ci si affida un po’ all’improvvisazione e un po’ all’esempio. Il che andrebbe anche bene se però non si commettessero dei delitti tipo giudicare l’opera (o peggio l’autore) o avere aspettative troppo alte.
      Certo che le arti espressive andrebbero insegnate nelle scuole in modo più sistematico, non solo per dare voce alle emozioni e all’espressione del sé (che già sarebbe un motivo più che valido: la fragilità emotiva dei nostri ragazzi porta con sé il non riconoscimento delle emozioni e il non saperle gestire) ma anche per un’altra ragione. Aiutano il bambino a sviluppare quelle facoltà percettive e globali che lo portano alla capacità critica, alla comprensione del significato, alla risoluzione dei problemi… insomma a quelle facoltà che appartengono alla stessa area destra del cervello addetta alle arti visive.
      E magari lo aiutano anche a tentare l’opera senza il timore di sbagliare…

  2. Paulo Siqueira Costa ha detto:

    interessante pensiero su sull’insegnamento

  3. Fricchy ha detto:

    Al primo anno del liceo artistico il professore di discipline pittoriche ha chiesto agli allievi di fare il ritratto del compagno di banco senza staccarne mai gli occhi dal viso e quindi senza guardare mai il figlio. Ho chiesto a mio figlio la spiegazione di un tale compito: ” Voleva farci capire che non bisogna avere sempre il continuo controllo di quello che stiamo facendo, non dobbiamo concentrarci costantemente sul risultato, ma vivere nel processo creativo. Guardare avanti e aprirci la mente con lo sguardo che spazia e la mano che crea”. C’è speranza.

    • Laura ha detto:

      È proprio questo il punto! E se ciò è vero per degli studenti di liceo figuriamoci per i bambini della scuola d’infanzia o primaria!

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